Alberobello, nel cuore della Puglia, è stata a lungo considerato come un villaggio di “case sparse”: i trulli.
E le case, appunto, sono al centro della storia di questo paese singolare.

Il Rione Monti di Alberobello nel frontespizio di un articolo del 1919 intitolato Il più singolare paese d’Italia di Michelangelo La Sorte, apparso sul Touring Club Italiano (Foto Pontrelli, Bari)

Giangirolamo II Acquaviva ritratto dal napoletano Paolo Finoglio (prima metà del XVII sec.)

Giangirolamo II Acquaviva ritratto dal napoletano Paolo Finoglio (prima metà del XVII sec.)

Ripercorrere le origini di questo luogo non è cosa semplice: si procede per indizi, e le prima notizie di cui disponiamo risalgono tra l’XI secolo e la metà del XIII secolo, quando il territorio boscoso su cui oggi sorge l’attuale Alberobello era ancora denominato Sylva aut nemus arboris belli (traducibile come Selva ovvero bosco dell’albero bello).
 
Nel 1481 il re Ferdinando d’Aragona concesse alla casata degli Acquaviva di Conversano l’investitura del feudo comprendente la Selva, ma fu solo sotto la reggenza di Giangirolamo II Acquaviva (in carica dal 1626 al 1665) che Alberobello si trasformò da una ridotta comunità di esuli a una vera e propria agglomerazione urbana.

Nel 1635, infatti, la contea di Conversano stabilì sul territorio il primo nucleo permanentemente abitato, ma senza dichiarare lo stanziamento attraverso una fondazione ufficiale. Una condizione del genere non garantiva alla popolazione della Selva alcuna forma di proprietà e successione sui terreni.

Particolare della “Terra di Bari et Basilicata” di Giovanni Antonio Magini edita da suo figlio Fabio a Bologna nel 1632, sul modello dell’originale stampa del 1620

Dettaglio della “Pianta del territorio di Mottola” di Donato Gallerano (1704)

Dettaglio della “Pianta del territorio di Mottola” di Donato Gallerano (1704)

Inoltre, per evitare il pagamento di un’imposta che sottoponeva ogni nuovo insediamento urbano a un’autorizzazione da parte della Corona, i conti imposero agli abitanti del luogo di edificare solo costruzioni precarie (ossia senza malta), che non avessero il carattere di stabilità delle dimore ordinarie, e che quindi fossero esenti da questo tipo di imposizione. 

Quelle abitazioni rustiche erano già sparse nel territorio, ma erano altrove servite come ricoveri temporanei: nella futura Alberobello, invece, quelle dimore finirono per essere permanenti e per molto tempo. Ecco l’origine dei trulli.

Carte des Trulli et Caselle des Pouilles di Émile Bertaux (da Annales de Géographie, t. 8, n° 39, 1899)

Oltre un secolo più tardi, stanca della precaria condizione perdurante, la popolazione cercò una forma di riscatto. Queste pagine di storia incontrano la leggenda, ma si narra che sette Alberobellesi (noti come i “liberatori della Selva”), si recarono a Taranto per chiedere ausilio al re Ferdinando IV di Borbone, il quale diede ordine di avviare una serie di pratiche di ricognizione del luogo, coinvolgendo l’avvocato Nicola Vivenzio. I sopralluoghi, da lui compiuti nell’aprile del 1797, culminarono nel «Real dispaccio» emanato dal re, col quale venne sancito l’affrancamento dall’antico sistema feudale.
 
E il 27 maggio 1797 Alberobello, infatti, venne ufficialmente dichiarata Città Regia.

LA fonti

COSA accadde

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